Galleria virtuale di dipinti, disegni, sculture, fotografie e recensioni dell'artista Osvaldo Contenti
lunedì 16 maggio 2011
EUROPAFRICA – SpaziOttagoni - 25-29 Maggio - Roma, Via Goffredo Mameli 9
Inaugurazione mostra: 25 maggio ore 19
Galleria: SPAZIOTTAGONI
Indirizzo: Via Goffredo Mameli 9 - Roma
Periodo: 25-29 maggio 2011
Orario: 17.00/20.00
Titolo: EuropAfrica
Artisti: Rossella Alessandrucci, Luigi Ballarin, Alberto Baumann, Simone Vera Bath, Giancarlino Benedetti Corcos, Claudia Berardinelli, Paolo Camiz, Francesca Cataldi, Giulia Colletti, Osvaldo Contenti, Silvia Dayan, Michele De Luca, Gerardo Di Salvatore, Gabriella Di Trani, Roberta Filippi, Martina Fiorentino, Eva Fischer, Stefano Frasca, Salvatore Giunta, Jonathan Hynd, Kalos, Silvana Leonardi, Massimo Liberti, Mario Lo Prete, Lughia, Maria Grazia Lunghi, Paolino Mancini, Teresa Mancini, Anna Massinissa, Gabriele Mazzara, Pancho Monty Ray Garrison, Massimo Napoli, Giordana Napolitano, Massimo Nicotra, Sara Palleria, Marcello Paternesi, Patrizia Pieri, Paolo Pompeo, Eliana Prosperi, Ferdinando Provera, Elvi Ratti, Rodolfo Roschini, Jack Sal, Simona Salvuccelli Ranchi, Angela Scappaticci, Barbara Schaffer, Roberto Silvestrini Garcia, Spiritoliberok, Ivano Tomat
Curatori: Vittorio Pavoncello, Giuseppe Salerno
Inaugurazione: mercoledì 25 maggio ore 19.00
Da un’idea di Vittorio Pavoncello un gemellaggio virtuale tra il Giorno della Memoria (27 gennaio) e la Giornata Mondiale dell’Africa (25 maggio) 50 artisti offrono il loro libero contributo alla trattazione di tematiche sul razzismo che accomunano le due ricorrenze.
Le influenze dell'arte africana sulle avanguardie del ventesimo secolo sono ben note tanto da essere incluse in ciò che i nazisti definirono "arte degenerata". Ciò che risulta curioso, paradossale e inquietante è il fatto che mentre l'arte occidentale andava sempre più aprendosi a mondi e culture altre, senza alcuna discriminazione razziale e prefigurando quella che sarebbe divenuto un pianeta multiculturale, la società si chiudeva in forme di segregazione sempre più ferree fino a giungere all'eliminazione sia delle persone fisiche sia delle arti che a quella mescolanza di forme e modelli si andava ispirando. Gli artisti delle avanguardie storiche, nell’aprirsi alle forme d’arte africana, sperimentavano in senso positivo quella de soggettivazione dell’identità che nei lager nazisti veniva imposta come privazione di qualunque diritto umano. Molti furono gli artisti che s’ispirano alle teorie intraviste, nelle sculture e geometrie decorative africane, come nuove forme di interazione dello spazio e del tempo. Fra questi Picasso, Braque, Derain, Matisse, Kleee Modigliani, per citarne solo alcuni.
Una mostra che unisca oggi artisti contemporanei su temi che vanno dall'avanguardie storiche, alla schiavitù, alla Shoah, all’Africa e all’Europa incrementa il dialogo fra i due continenti, quello europeo e quello africano, in un unico spazio culturale unito dall’arte. E come gli artisti occidentali vedevano nei volti delle maschere africane un archetipo con il quale confrontarsi, oggi, che sempre più i volti i gesti della shoah ci appaiono come maschere, il confronto è con un archetipo che è la stessa memoria.
La rassegna si arricchisce, nei giorni di esposizione delle opere, con i seguenti eventi:
25 maggio h 19
“Variazioni su Al Jolson” ovvero “Il Dolore del Contrasto”
Ro’ Rocchi performance
Alpha Dieme ai tamburi
h 20
ONDULA MOVULA
Isabella Venantini danza
AFRO-EMBE’ di Artale Afro Percussion Band musica
26 maggio h 18
Laura Boldrini e Anna Foa
(Immigrazioni e concetto di Genocidio)
incontro
27 maggio h 18
Gemma Vecchio Associazione Casa Africa
Incontro
28 maggio h 18
letture dei poeti
Roberto Piperno, Deborah D’Agostino, Ribka Sibhatu , Ndjock Ngana, Michele De Luca,Michela Zanarella, Rossella Pompeo, Lucia Cenni
“I piedi di Abele Bikila” spettacolo performance di Stefano Lucarelli
Galleria Spazio Ottagoni
Via Goffredo Mameli, 9 –00153 Roma
Contatti: Vittorio Pavoncello ecad@live.it 366 4545656
SpaziOttagoni www.spaziottagoni.com 335 6158199
sabato 14 maggio 2011
MARIO BIONDI e PINO INSEGNO – Photo: Osvaldo Contenti
Il musicista Mario Biondi e l’attore Pino insegno in una mia foto del 2011. / The musician Mario Biondi and the actor Pino Insegno in a 2011 picture of mine.
giovedì 12 maggio 2011
"BOCCA SGUALCITA" disegno di Osvaldo Contenti
La fatica ti reclina la testa. La posa del sonno ti sgualcisce la bocca. Attorno c’è un’aria tiepida, forse un annuncio di primavera. Il Valentino ci attende, per i miei giochi sull’erba del parco e i tuoi cruciverba. Ma non voglio svegliarti, perché Torino, non so perché, è molto più bella quando ti addormenti. Quindi resto seduto a guardarti, con il pallone da calcio sottobraccio e un mucchio di figurine dei calciatori ficcate nelle tasche dei miei calzoncini corti. La faccia di Sivori spunta fuori dalle altre, e io rivedo i suoi gol e quei suoi calzettoni abbassati che mi fanno tanto ridere. Poi ti svegli e mi accarezzi i capelli. Ti sorrido. “Quant’è bello il mio ometto”, mi dici. Arrossisco, come sempre. Abbasso la testa e stringo la punta della tua mano nella mia, perché è ora di uscire.
mercoledì 11 maggio 2011
In libreria: “BUCARE LA POLVERE” di Katia Zattoni
Quotidiani messaggi nella bottiglia
Recensione di Osvaldo Contenti
“Sto sulla soglia e lascio / netti graffi di unghia / sul rosario delle esperienze / che ancora non vedo arrivare. / Dalle fauci voraci del tempo, / puzza di muffa e grumi di polvere / dal sapore d’unto ormai secco. / E intanto mi faccio bolla d’aria / nel mare che s’agita all’intorno”.
La poesia di Katia Zattoni che avete appena letto, intitolata Sto sulla soglia, è emblematica perché più di altre segnala l’indirizzo poetico a cui l’autrice aspira di rivolgersi per cercare di inoltrare una sorta di “messaggi nella bottiglia” (la metaforica “bolla d’aria” dei versi anzidetti).
Con la peculiarità che tali messaggi non si rivolgono a dei possibili e improbabili soccorritori, ma ad altri naufraghi della vita quotidiana, che al pari della poetessa sono come dispersi “nel mare che s’agita all’intorno”.
Perciò, nel volumetto di poesie “BUCARE LA POLVERE” (pubblicato dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri), d’un tratto è lampante scoprire che i destinatari di quelle “missive poetiche” siamo tutti noi, consci o meno del fatto di esserci smarriti in un oceano di nonsensi verbali o di “sciattume rinvoltolato”, come scrive, con molta efficacia espressiva, la poetessa forlivese.
La quale, tramite le sue liriche, non ha certo la presunzione di indicarci un porto sicuro, dove approdare o ritrovarsi. Ma nondimeno ci fornisce l’estensione della Babele psicologica dalla quale è doveroso tentare di uscire, per dare un senso anche ai giorni più sciatti!
Il che comporta una sorta di mal di vivere, dove è difficile praticare la poesia, “quando compili la realtà per mestiere”, come se il reagente del poetare non fosse più sufficiente nemmeno a smussare i “perfetti” meccanismi di una vita regolata, segnata da segnali perpetui e ferocemente immutabili, da strade sempre uguali, che ad ogni incrocio sembrano sviarci da ogni possibile sbocco alla verità.
Ammesso che vi sia una verità! Perché è proprio questo il dubbio che la poetessa ci insinua nella mente. Un dubbio, marcato da schietta incertezza, che ci vien buttato addosso con nessun riguardo, perché, semplicemente, la vita non ne ha! E allora, l’unico rifugio, l’unica certezza, ritrova casa nei rapporti famigliari e amicali, come nelle Dediche che chiudono il libro.
E lì l’atmosfera finalmente si placa, come dopo un sonno ristoratore, come dopo una “camomilla nella tazza della sera”. A ricordarci che, dopo tanto vagare, forse il punto d’arrivo sta proprio nel ritrovare il punto di partenza, quello degli affetti. L’unica sede certa in cui il dolore può trovar risposte in un antico e tenero amore.
In Libreria
Il volume di poesie “BUCARE LA POLVERE” della poetessa Katia Zattoni, con la prefazione di Augusto De Molo, la postfazione di Davide Argnani e le foto di Gianluca Gatta e Massimo Freschi, è pubblicato dalla casa editrice L’Arcolaio di Gian Franco Fabbri.
In Rete
lunedì 9 maggio 2011
"Meravigliosa assenza" di Osvaldo Contenti
In un sogno, gli atomi del tuo viso si disgregano e si disperdono come il fumo di una sigaretta. Disperatamente e goffamente, agito le mani per cercare di riaggregarli e ricomporli. Ma poi mi fermo, capendo che è meglio così, perché adesso la stanza è un’altra volta piena di te e io posso respirarti ancora, meravigliosa assenza.
sabato 7 maggio 2011
In libreria: “AFRICAN INFERNO” di Piersandro Pallavicini
Il razzismo di casa nostra
Recensione di Osvaldo Contenti
Un vita divisa in due. Peggio, fatta a pezzi da una separazione coniugale che trasforma l’agiato Sandro Farina, il protagonista del romanzo, in un quasi diseredato. Per di più, squassato dai sensi di colpa per quell’unico errore commesso, dall’impossibilità di vedere l’amatissima figlia Chiara quando e come vorrebbe e da quello schifo di appartamento che condivide con due giovani laureati africani. Assieme ai quali, e con altri quasi fratelli dalla pelle scura, proverà sulla propria pelle il significato di termini come “intolleranza” e “razzismo”, che anche la ricca e operosa Pavia, al di là del perbenismo di facciata, sa pronunciare con inaudito spregio dei diritti naturali di ogni essere umano.
Una feroce fotografia della provincia padana che Piersandro Pallavicini, all’inizio di questo diario in veste romanzata, ci butta in faccia con fare aggressivo. E con un linguaggio crudo, scarno, arrabbiato e nervoso molto simile a quello dell’“On the road” di Jack Kerouac, manifesto del “mal di vivere” della generazione anni 50 e della cosiddetta beat generation.
Ma con lo scorrere delle pagine di “AFRICAN INFERNO” (ed. Feltrinelli) la prosa, inizialmente un po’ troppo spontanea, si fa più attenta e ponderata, sciorinando un’analisi approfondita del profilo psicologico dei tanti personaggi che popolano le 331 pagine del romanzo.
Poi arrivano anche i flashback e il racconto assume un taglio cinematografico. Per cui, il romanzo, più che in capitoli, sembra dividersi in scene e quadri componibili, che a seconda delle vicende narrate si possono ricomporre in un insieme a volte un po’ disomogeneo, ma tuttavia sufficiente a svelarci le dinamiche di un microcosmo multirazziale che, per analogia, possiamo adottare per leggere i cambiamenti in atto nell’intero territorio nazionale.
Infine, quasi verso la conclusione del romanzo, arrivano le pagine migliori. L’autore, liberatosi dal lungo approccio di un libro-sfogo, finalmente prende coscienza di poter svolgere il proprio vissuto in un piano narrativo sempre arrabbiato, ma diluito con eleganza descrittiva, con analisi psicologiche complesse e con una minuzia di particolari comportamentali che prima ci venivano negati.
Il che, stilisticamente, divide il libro in due parti distinte, spezzate come il suo protagonista, il quale, solo verso la conclusione del diario-racconto, riesce a rivolgersi ai lettori più che a se stesso.
In libreria e online
Il romanzo “AFRICAN INFERNO”, oltre che nelle librerie, è acquistabile anche on line all’indirizzo:
lafeltrinelli.it
Recensione di Osvaldo Contenti
Un vita divisa in due. Peggio, fatta a pezzi da una separazione coniugale che trasforma l’agiato Sandro Farina, il protagonista del romanzo, in un quasi diseredato. Per di più, squassato dai sensi di colpa per quell’unico errore commesso, dall’impossibilità di vedere l’amatissima figlia Chiara quando e come vorrebbe e da quello schifo di appartamento che condivide con due giovani laureati africani. Assieme ai quali, e con altri quasi fratelli dalla pelle scura, proverà sulla propria pelle il significato di termini come “intolleranza” e “razzismo”, che anche la ricca e operosa Pavia, al di là del perbenismo di facciata, sa pronunciare con inaudito spregio dei diritti naturali di ogni essere umano.
Una feroce fotografia della provincia padana che Piersandro Pallavicini, all’inizio di questo diario in veste romanzata, ci butta in faccia con fare aggressivo. E con un linguaggio crudo, scarno, arrabbiato e nervoso molto simile a quello dell’“On the road” di Jack Kerouac, manifesto del “mal di vivere” della generazione anni 50 e della cosiddetta beat generation.
Ma con lo scorrere delle pagine di “AFRICAN INFERNO” (ed. Feltrinelli) la prosa, inizialmente un po’ troppo spontanea, si fa più attenta e ponderata, sciorinando un’analisi approfondita del profilo psicologico dei tanti personaggi che popolano le 331 pagine del romanzo.
Poi arrivano anche i flashback e il racconto assume un taglio cinematografico. Per cui, il romanzo, più che in capitoli, sembra dividersi in scene e quadri componibili, che a seconda delle vicende narrate si possono ricomporre in un insieme a volte un po’ disomogeneo, ma tuttavia sufficiente a svelarci le dinamiche di un microcosmo multirazziale che, per analogia, possiamo adottare per leggere i cambiamenti in atto nell’intero territorio nazionale.
Infine, quasi verso la conclusione del romanzo, arrivano le pagine migliori. L’autore, liberatosi dal lungo approccio di un libro-sfogo, finalmente prende coscienza di poter svolgere il proprio vissuto in un piano narrativo sempre arrabbiato, ma diluito con eleganza descrittiva, con analisi psicologiche complesse e con una minuzia di particolari comportamentali che prima ci venivano negati.
Il che, stilisticamente, divide il libro in due parti distinte, spezzate come il suo protagonista, il quale, solo verso la conclusione del diario-racconto, riesce a rivolgersi ai lettori più che a se stesso.
In libreria e online
Il romanzo “AFRICAN INFERNO”, oltre che nelle librerie, è acquistabile anche on line all’indirizzo:
lafeltrinelli.it
mercoledì 4 maggio 2011
“9-11-01” fotocollage di Osvaldo Contenti
La morte di Osama Bin Laden segna la fine di un ennesimo simbolo di bestiale ferocia, ma forse anche l’inizio di una nuova era di pensiero, in cui l’umanità sia disposta ad impiegare il concetto di giustizia come mezzo per arrivare alla pace fra tutti i popoli del mondo. Un obiettivo che darebbe un senso concreto alla nostra confusa presenza sul terzo pianeta chiamato Terra.
martedì 3 maggio 2011
"OCCHI SMARRITI" di Osvaldo Contenti
Un senso di vuoto, di non appartenenza, in cui anche i colori sembrano rappresentare solo se stessi, senza legami con l’esterno, senza significato, slabbrati dalla realtà, senza più la forza di resistere all’attrazione di quel buio che tutto assorbe e nulla restituisce.
giovedì 28 aprile 2011
In libreria: “Il rovescio del tennista” di Gilberto Canu
Conversazione con l’autore di Osvaldo Contenti
La lettura del romanzo “Il rovescio del tennista”, edito dal Gruppo Albatros Il Filo, scorre via piacevolmente, suscitando un immediato interesse per il fitto e complesso intreccio che si dipana nell’alternarsi delle varie vicende. E non solo perché lo stile di Gilberto Canu è coinvolgente sin dalle prime battute, ma soprattutto perché l’autore sa strutturare assai bene le basi psicologiche e lo specifico ruolo di ogni nuovo personaggio che mano a mano affiora dalle pagine.
Una minuziosa costruzione degli “attori in scena” in cui si avverte un metodo, una disciplina che va al di là delle normali prerogative di un qualsiasi scrittore. Difatti, l’autore, assieme alle sue notevoli capacità narrative, annovera anche l’esercizio della professione di architetto, il che spiega il rigore nell’”edificare” il racconto sin dalle sue fondamenta.
Del resto, per dirla con le parole dell’architetto Renzo Piano, l’architettura è “l’arte del costruire, ma anche l’arte di rappresentare le cose”.
Prova ne sia l’ottimo impianto di questo romanzo di Gilberto Canu, dove oltre all’egregio “progetto costruttivo”, di cui ho fatto cenno, l’autore pone in essere anche un difficile ma riuscito doppio ambito di riflessioni, rivestendo di antiche memorie del ’56 e di lotte del ’68 studentesco un articolato edificio in cui sarà intrigante perdersi, per poi ritrovarsi proprio come i protagonisti del racconto. Temi sui quali ho invitato Gilberto Canu a chiarire alcuni aspetti nell’ampia conversazione che segue.
Dalla tua scheda biografica risulta che ti sei laureato in Architettura nel 1980 presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed eserciti la professione nella provincia di Bologna. Ma ora, dopo il tuo libro d’esordio, intitolato “Valle Giulia”, torni a cimentarti nel campo della letteratura con “Il rovescio del tennista”. Un curriculum piuttosto singolare per un architetto. Vuoi spiegarci il perché di questa virata in veste di scrittore?
Ogni lavoro, anche il più creativo, prima o poi ti imprigiona nella routine. Cercavo un altro campo di gioco. L’ho trovato nella scrittura. Raccontare della facoltà di architettura di Roma negli anni d’oro è stato un esercizio relativamente facile. Io c’ero.
Altri che non ci sono mai stati e che quegli anni non hanno vissuto, raccontavano a sproposito. Ho voluto rimettere le cose a posto.
Nel romanzo “Il rovescio del tennista”, per addensare certe atmosfere, spesso poni l’accento su una serie di artisti, tra i quali Canova, Cezanne o Man Ray. Perché?
Io vengo dal Liceo artistico. Ero bravo. Il mio professore di figura "Titta" Salerno fratello di Enrico Maria cercò di convincere mio padre a farmi fare tre anni in uno. «Questo ragazzo ha "la mano"» diceva, qui è sprecato.
Mio padre da buon operaio gli rispose che le cose vanno fatte bene, prendendosi il tempo che serve. Quindi rimasi al Liceo. Fu una fortuna, poiché gli anni erano quelli che conosciamo e i professori straordinari. Invece di farci studiare sul’Argan (N.d.R. I volumi di Storia dell’Arte firmati dallo storico dell’arte Giulio Carlo Argan) ci portavano continuamente per musei a meravigliarci della bellezza di alcuni artisti. Ho scoperto così i "Futuristi" Balla, Boccioni, Marinetti. Tutta la pittura e scultura rinascimentale e Roma da questo punto di vista non si fa mancare niente.
L’arte e l’architettura sono diventate poi, le materie naturali dei miei studi.
C’è da dire che questa cosa ha prodotto negli anni successivi, quando scoppiò la divulgazione di massa delle mostre d’arte, il mio allontanamento progressivo dagli eventi culturali. Avevo già visto tutto o quasi, di quello che veniva proposto.
Ancora nel tuo libro più recente, nel capitolo “CI SONO CITTA’ A ORE”, racconti pezzi e tragitti di Roma passando dall’aspetto urbanistico a quello architettonico. Cosa ti lega ai luoghi di questa città e quanto sono stati importanti ai fini del tuo secondo romanzo?
Sono nato in un piccolo paese della "bassa" bolognese. Ho vissuto per vent’anni a Roma e ho origini sarde, a un certo punto ho dovuto eleggermi un domicilio legale per fare fronte a questo randagismo di origini indefinite. Roma è venuta da sé, in quella città ho avuto i primi amori, gli amici per sempre, i ricordi indelebili che appartengono all’età più importante. Non sono mai stato d’accordo con Paul Nizan che in Aden Arabia affermava "Avevo vent’anni non permetterò a nessuno di dire che quella è la più bella età della vita".
I vent’anni sono la più bella età della vita! Chi dice il contrario sa di mentire.
Vivere a vent’anni in una città come Roma in un tempo irripetibile è una cosa che ti segna. Frequentare luoghi e piazze che sono considerati i più belli del mondo con la consapevolezza di uno studente di architettura è una esperienza che ti porterai addosso come uno zaino in montagna.
Un’altra particolarità del tuo nuovo romanzo è quella di narrare, contemporaneamente, due periodi indietro nel tempo: la Roma degli anni ’70 e la Bologna del ’56. Perché questa scelta?
Bologna nel '56 era sepolta dalla neve come d’altronde tutta l'Italia. Volevo raccontare un’atmosfera, paesaggi silenziosi, odi di guerra terminati da poco, la miseria della vita che si conduceva con sacrificio e carenze, ma anche la voglia di andare avanti, di essere felici di quel poco che si aveva. Insomma della semplicità della vita degli uomini e delle donne di quell’epoca non ancora corrotta, non ancora avariata.
Roma degli anni '70 è la città della mia crescita, della passione politica, della possibilità che il mondo potesse essere diverso, felice di partecipare al suo cambiamento. Poi le delusioni e le sconfitte hanno scavato un solco che ha inciso in profondità quell’antica passione, senza vincerla del tutto.
Quella passione è nata a Roma negli anni della contestazione giovanile e inevitabilmente quella città mi è entrata dentro per sempre.
Periodicamente sento la necessità di tornare, sentirne gli odori, perdermi tra i suoi vicoli, pranzare da Armando al Pantheon, passeggiare la sera sul lungotevere, prendere un caffè al Sant’Eustachio. Vuoi mettere?
Note biografiche dell’autore
Gilberto Canu è nato a Sant'Agata Bolognese nel 1953. Laureato in Architettura nel 1980 all'Università La Sapienza di Roma. Svolge la professione nella Provincia bolognese. È stato sindaco del suo Comune per due legislature, ha due figli Leonida e Saverio. “Il Rovescio del Tennista” è il suo secondo romanzo, ha pubblicato con SBC Edizioni “Valle Giulia”.
In libreria e on line
Sito dell’editore
Il volume “Il rovescio del tennista”, di 151 pagine, scritto da Gilberto Canu ed edito dal Gruppo Albatros Il Filo, è in vendita presso la catena di librerie Coop, diffusa in ambito nazionale e nelle maggiori città, tranne che a Roma, dove è disponibile nella libreria “Il Filo”, sita in via Basento 52.
Il libro di Gilberto Canu è acquistabile anche on line al seguente indirizzo:
ibs.it
N.B. Articolo pubblicato in rete su Pittura&dintorni all’indirizzo:
martedì 26 aprile 2011
In libreria: “Andreina e l’oro ucraino” di Mara Oneta
Un romanzo di intrighi e guerra nella Cremona del ‘43
Recensione di Osvaldo Contenti
Dopo l’armistizio diramato l’8 settembre del 1943, l’Italia entra in una sorta di crisi d’identità nazionale. Perché a partire da quel proclama, registrato e trasmesso via radio dal maresciallo Pietro Badoglio, che tutti gli italiani ascoltano o si passano immediatamente di bocca in bocca, da un momento all’altro i vecchi alleati, i tedeschi, diventano i nemici da contrastare, mentre le truppe anglo-americane, combattute sino al giorno precedente, assurgono a nuovi paladini e prossimi liberatori del nostro paese.
Ed è da questo schizofrenico scenario di partenza, precisamente dal 9 settembre ’43, che prende le mosse il bel romanzo di Mara Oneta intitolato “Andreina e l’oro ucraino“, coinvolgendoci sin dalle prime pagine nell’atmosfera di una Cremona conquistata dai soldati tedeschi, non senza che vi sia stato un disperato tentativo di resistenza armata da parte dei soldati italiani.
Da ciò, con gran dovizia di particolari, anche topografici, l’autrice scandaglia minuziosamente la città e i suoi immediati dintorni raccontandoci, potremmo dire in tempo reale, le vicissitudini quotidiane di Andreina che, oltretutto, durante una perquisizione delle SS, riceve di soppiatto un foglio scritto in tedesco che ha tutte le sembianze della mappa di un tesoro.
Poi tutto si complica tremendamente in quanto Andreina, più o meno forzatamente, andrà a lavorare per il maggiore della Wehrmacht Klaus Hagen presso la Kommandantur dei tedeschi. Il che conferisce ulteriore drammaticità all’intreccio romanzesco, delineando un sottile e insidioso crinale sul quale la ragazza vive in perenne pericolo, sempre in bilico tra il lavoro fianco a fianco con gli invasori tedeschi e la militanza partigiana del fratello Marco.
Ma il clou della tensione, com’è ovvio, arriva allo spasimo quando la presunta mappa dell’oro ucraino scatena una serie di brame incontrollabili. Rivalità, odio, contrasti e uccisioni a sangue freddo squassano il già fragile scenario bellico che aleggia attorno a Cremona, con una Andreina che a tratti sembra non reggere il peso di tante, insensate nefandezze.
Un panorama di acutissime implosioni psicologiche in cui l’autrice è brava a privilegiare e padroneggiare, invece che la macropolitica, il microcosmo di intime angosce famigliari, di paure miste a fugaci momenti di gioia, condite dai quei tipici lampi amorosi che una diciassettenne come Andreina non può non provare anche all’interno di una realtà a dir poco problematica.
Ed ecco che da parte del lettore scatta in modo naturale, direi automatico, il moto di riconoscersi nella famiglia di Pierina e Giuseppe Balestreri, oltre che nella figlia Andreina. Anche perché l’angoscia e le paure da loro provate fanno parte del patrimonio comune vissuto da milioni di famiglie italiane, che attraverso i ricordi di vita vissuta rappresentano l’humus di un’Italia ingannata e tradita, anche se mai incline a rinunciare al riscatto personale e sociale che infatti avverrà nel dopoguerra.
Un riscatto, una presa di coscienza dei veri valori dell’esistenza, che alla conclusione del romanzo ritroveremo, a sorpresa, anche tra le pieghe di quell’oro ucraino tanto ambito.
Ed è da questo schizofrenico scenario di partenza, precisamente dal 9 settembre ’43, che prende le mosse il bel romanzo di Mara Oneta intitolato “Andreina e l’oro ucraino“, coinvolgendoci sin dalle prime pagine nell’atmosfera di una Cremona conquistata dai soldati tedeschi, non senza che vi sia stato un disperato tentativo di resistenza armata da parte dei soldati italiani.
Da ciò, con gran dovizia di particolari, anche topografici, l’autrice scandaglia minuziosamente la città e i suoi immediati dintorni raccontandoci, potremmo dire in tempo reale, le vicissitudini quotidiane di Andreina che, oltretutto, durante una perquisizione delle SS, riceve di soppiatto un foglio scritto in tedesco che ha tutte le sembianze della mappa di un tesoro.
Poi tutto si complica tremendamente in quanto Andreina, più o meno forzatamente, andrà a lavorare per il maggiore della Wehrmacht Klaus Hagen presso la Kommandantur dei tedeschi. Il che conferisce ulteriore drammaticità all’intreccio romanzesco, delineando un sottile e insidioso crinale sul quale la ragazza vive in perenne pericolo, sempre in bilico tra il lavoro fianco a fianco con gli invasori tedeschi e la militanza partigiana del fratello Marco.
Ma il clou della tensione, com’è ovvio, arriva allo spasimo quando la presunta mappa dell’oro ucraino scatena una serie di brame incontrollabili. Rivalità, odio, contrasti e uccisioni a sangue freddo squassano il già fragile scenario bellico che aleggia attorno a Cremona, con una Andreina che a tratti sembra non reggere il peso di tante, insensate nefandezze.
Un panorama di acutissime implosioni psicologiche in cui l’autrice è brava a privilegiare e padroneggiare, invece che la macropolitica, il microcosmo di intime angosce famigliari, di paure miste a fugaci momenti di gioia, condite dai quei tipici lampi amorosi che una diciassettenne come Andreina non può non provare anche all’interno di una realtà a dir poco problematica.
Ed ecco che da parte del lettore scatta in modo naturale, direi automatico, il moto di riconoscersi nella famiglia di Pierina e Giuseppe Balestreri, oltre che nella figlia Andreina. Anche perché l’angoscia e le paure da loro provate fanno parte del patrimonio comune vissuto da milioni di famiglie italiane, che attraverso i ricordi di vita vissuta rappresentano l’humus di un’Italia ingannata e tradita, anche se mai incline a rinunciare al riscatto personale e sociale che infatti avverrà nel dopoguerra.
Un riscatto, una presa di coscienza dei veri valori dell’esistenza, che alla conclusione del romanzo ritroveremo, a sorpresa, anche tra le pieghe di quell’oro ucraino tanto ambito.
Conosciamo l’autrice
Mara Oneta nasce a Cremona nel 1971 e dopo essersi laureata in lingue e letterature straniere con 110 e lode, nel 2005 pubblica il giallo “La sagoma del Torrazzo”, edito da Persico Edizioni. Il romanzo ad ambientazione storica “Andreina e l’oro ucraino”, suo secondo lavoro letterario, viene invece pubblicato nel 2008 da Cremonabooks, a cui fa seguito il recente “Il bambino che sognava l'Africa”, un racconto che riscuote il secondo posto alla quarta edizione del Premio Nazionale AlberoAndronico.
Premi conseguiti da Mara Oneta col romanzo “Andreina e l’oro ucraino”
Primo classificato nella sezione narrativa della II Edizione Premio Nazionale di Poesia città di San Giorgio a Cremano (NA).
Vincitore del Premio Speciale Il Mulinello, concorso letterario internazionale il Mulinello, edizione 2008.
In ibreria e on line
Il romanzo di Mara Oneta è in vendita in rete al seguente indirizzo:
“Andreina e l’oro ucraino“, edito da Cremonabooks, è in vendita anche presso le librerie romane LIBRERIA TERMINI 2 (atrio stazione Tiburtina), LIBRERIA MINERVA DI ODDI FRANCO (P.zza Fiume, 56/58) e FASTBOOK ( Via di Tor Vergata, 432)
NEWS!!!
Mara Oneta sta attualmente completando il suo terzo romanzo, “Sole fosco”.
NEWS!!!
Mara Oneta sta attualmente completando il suo terzo romanzo, “Sole fosco”.
In rete
Sito dell’editore Cremonabooks
www.cremonabooks.com
www.cremonabooks.com
lunedì 25 aprile 2011
“L’ultima schiavitù” disegno di Osvaldo Contenti
La vigliaccheria degli adulti si esprime al massimo grado quando si tratta di oltraggiare bambini e adolescenti indifesi. E questo avviene in tutte le latitudini, segno che l’incultura del “possesso” di una giovane creatura pervade allo stesso modo sia le zone industrializzate che quelle in via di sviluppo. È quindi urgente che, dapertutto e in tutti i modi possibili, partendo dalle famiglie e arrivando ai Governi di ogni Paese, questa forma di sopraffazione venga stigmatizzata e debellata definitivamente, com’è stato quando l’umanità ha avuto uno scatto di coscienza, progredendo nella sua evoluzione socio-antroplogica e ponendo fine per sempre allo schiavismo e all’apartheid. Facciamo che diventi un impegno costante! Per tutti!
domenica 24 aprile 2011
“La ragazza di Spoleto (originale e variazioni)” di Osvaldo Contenti
Camminando con passo veloce, con ai piedi delle comode ballerine, la ragazza di Spoleto ti lancia uno sguardo furtivo, lasciando dietro sé, assieme a un delicato profumo di gelsomino, una scia multicolore che parte dal vezzoso cappellino alla provenzale per arrivare alla lunga veste, in stile patchwork, tanto creativa da far impallidire un qualsiasi dipinto di Kandinskij! Poi, tutto attorno, Spoleto ti incanta con archi e soffitti a volta che sembrano appartenere solo ad abitazioni signorili, mentre in quelle case vive gente di ogni ceto sociale. Così ti accorgi che la città a misura d’uomo, di donna e di bambino non è un ideale astratto ma è lì davanti a te, e mentre le ante di un portoncino si aprono elettricamente e silenziosamente, davanti a quel varco noti una finta bicicletta d’epoca fabbricata e pittata da chissà quale artista burlone. Raffigurare quell’istantanea permeata da architetture di vita è questione di pochi minuti, perché anche il pennello pare a suo agio in quell’ambiente dove l’arte è già nell’arte del vivere.
sabato 23 aprile 2011
Al cinema: “DYLAN DOG – IL FILM” di Kevin Munroe
Recensione di Osvaldo Contenti
“È sempre molto difficile realizzare la versione cinematografica di un fumetto”, ha ammesso, senza reticenze, il regista Kevin Munroe durante la conferenza stampa romana che ha presentato “DYLAN DOG – Il FILM”. “Specialmente – ha aggiunto – se si tratta, come in questo caso, di un fumettto amato e seguito da milioni di affezionati lettori, che inevitabilmente nel film si aspetteranno di trovare citazioni, personaggi e atmosfere legate a doppio filo all’investigatore dell’incubo”. “E in questo – ha concluso Munroe – mi sento di dire che il film è fedele allo spirito del fumetto, anche se ovviamente una qualsiasi pellicola non potrà mai essere un copia-incolla delle tavole di un comics”.
Per cui, gli aficionados di Dylan Dog in versione fumetto sono avvisati, perché se è vero che nel film la giacca nera, la camicia rossa, i jeans, il “Giuda ballerino!” e il “quinto senso e mezzo” riecheggiano ogni tratto caratteristico del nostro, è anche vero che il regista si è concesso ampi margini di libertà espressiva, spesso introducendo una propria idea del personaggio creato da Tiziano Sclavi.
Anche per quanto concerne l’aspetto fisico di Dylan (per volere di Sclavi, ispirato all’attore Rupert Everett), snello e longilineo nel fumetto, ma superatletico nell’interpretazione e soprattutto nei deltoidi di Brandon Routh (non per niente reduce da Superman Returns), che deve aver fatto scuola di inespressività, tanto è difficile osservarlo in un atteggiamento del volto riferito ad una qualsiasi emozione.
A parte ciò, va comunque salutato come un evento di notevole rilievo il fatto che un fumetto italiano di grande spessore estetico venga messo alla ribalta globale del grande schermo.
Un fumetto, lo ricordiamo, che in Italia vanta già una tradizione considerevole, in quanto stampato dal lontano 1986 da Sergio Bonelli Editore, che partendo da un’idea di Tiziano Sclavi, tramite i sontuosi disegni di Angelo Stano e le prime, splendide copertine firmate da Claudio Villa, ha segnato un punto di svolta nel campo della fumettistica nazionale. E non solo per l’inedita cornice horror, legata al soprannaturale, in cui Dylan Dog sembra a suo agio più che nella realtà di tutti giorni, ma soprattutto perché il tratto distintivo delle sue tavole si connota per un forte taglio cinematografico, quasi da storyboard d’autore, quindi naturalmente destinato ad una sua traduzione filmica.
Una traduzione che nel film di Munroe si concretizza soprattutto nelle scene girate a New Orleans, la cui atmosfera livida, quasi una copia surreale di una città europea trapiantata negli States, è l’intuizione ambientale che più si accorda all’urlo disumano emesso dal campanello della residenza londinese di Dylan Dog.
Curiosità
Dispiace che nel film di Kevin Munroe, per una complicata questione di diritti, non appaia il personaggio di Groucho (sosia del comico statunitense Groucho Marx), divertentissima spalla di Dylan Dog nella versione a fumetti, ma presto divenuto un’icona quasi alla pari dell’indagatore dell’incubo.
In rete
Sito Ufficiale del film
http://www.platinumstudios.com/
Sito italiano
http://www.dylandogilfilm.it/
Sergio Bonelli Editore
http://www.sergiobonellieditore.it/
N.B. Articolo pubblicato sul Portale d’Arte Pittura&dintorni alla pagina:
http://www.pitturaedintorni.it/artmovie24.htm
venerdì 22 aprile 2011
ELENA SANTARELLI - Photo: Osvaldo Contenti
La modella e attrice Elena Santarelli in una mia foto del 2006. / Italian model and actress Elena Santarelli in a 2006 picture.
“StimolAzioni Musicali” di Osvaldo Contenti
Il carburante del mio motore artistico è da sempre un’attenta e dosata miscela di musica classica e/o moderna che accompagna in lieve sottofondo la mia attività pittorica. Ma col passare del tempo mi sono reso conto che il timbro e i colori di una data opera possono accordarsi non con tutte, ma solo con delle precise espressioni musicali, che quindi devo scegliere a monte, prima di dispormi dinanzi al cavalletto. Così, estraendo dei brani dalla mia amplissima raccolta di vinili e cd, ho masterizzato una ventina di diverse compilation atte a stimolare dei distinti momenti creativi. E la cosa funziona, Perché, ad esempio, un brano ad hoc degli U2, di Pino Daniele o di Patty Smith ben si accorda con una pittura potente e dai colori aggressivi, diversamente dai Pink Floyd, tramite i quali la mia inclinazione surrealista viene pienamente soddisfatta. Quando invece mi accingo a dipingere con passione e sentimento, ho assoluto bisogno di ascoltare Chopin o il più romantico Tchaikovsky, mentre per le composizioni a carattere onirico è quasi sempre Stravinskij a darmi una mano. Ma questi sono solo degli esempi, perché sono innumerevoli i musicartisti che da decenni mi regalano straordinarie stimolazioni musicali. Ed è a tutti loro che dedico, ringraziandoli, quest’opera che li rappresenta come luccicanti esserini produci-sinapsi, senza i quali i miei colori non sarebbero “udibili”.
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